Diritto all’oblio: in testa fra i Paesi sempre la Francia, fra i siti Facebook

E’ passato diverso tempo dalla sentenza della Corte di Giustizia europea che, nel 2014, attribuiva a cittadini e persone giuridiche il diritto all’oblio. La possibilità di ottenere la cancellazione dagli indici dei motori di ricerca di riferimenti e informazioni che non abbiano più rilevanza pubblica divenne poi legge.

Nel 2015 Google ha ricevuto circa 350.000 richieste da parte di europei.

Riguardavano 1,2 milioni di link, ma ne sono stati rimossi in tutto 440 mila. Con differenze sostanziali fra i vari stati dell’UE.

Google ha pubblicato alcuni risultati sulle richieste. In vetta ai richiedenti spiccavano i francesi mentre, prevedibilmente, Facebook è stato il sito più colpito.

Dicevamo i francesi .

Con oltre 73.000  richieste riguardanti  circa 246.000 link, sono i maggiori richiedenti.

Fra questi Google segnala un curioso caso di un prete accusato di possesso di materiale pedo-pornografico. Ha chiesto di rimuovere articoli in cui si parlava della sua condanna e dell’allontanamento dal mondo ecclesiastico.

In questo caso Google non ha rimosso le pagine dai risultati di ricerca.

Subito dopo i francesi arrivano i tedeschi.

Al secondo posto a seguito di oltre 60.000 richieste riguardanti oltre 220.000 link.

Anche qui Google racconta l’esempio di un insegnante accusato di un reato minore più di dieci anni fa che ha chiesto di rimuovere un articolo relativo alla condanna. In questo caso sono state rimosse le pagine dai risultati di ricerca relativi al suo nome e alla vicenda.

Arrivano terzi in questa classifica gli inglesi.

A fronte di oltre 43.000 richieste su oltre 162.000 link, il 61,9 per cento di queste sono state accettate.

Qui invece BigG cita il caso di un professionista dei media che ha chiesto di rimuovere quattro link ad articoli relativi a contenuti imbarazzanti pubblicati da lui su Internet. Richiesta rifiutata al mittente.

Anche gli spagnoli hanno avuto il loro buon numero di segnalazioni, arrivando al quarto posto.

Oltre 33.000 richieste per un totale di link da rimuovere che supera 103.000, e un accoglimento delle richieste del 62,7 per cento.

Al quinto posto ecco spuntare l’Italia.

Arrivati a oltre 26.000 richieste per circa 85.000 Url, rimossi circa 21.000.

Qui le richieste hanno riguardato anche persone diverse con la richiesta di rimozione di 20 link ad articoli recenti sull’arresto per reati finanziari commessi in ambito professionale.

Richiesta rifiutata.

C’è anche chi ha chiesto di rimuovere un link a una copia di un documento ufficiale, pubblicato da un ente statale, nel quale sono segnalati atti di frode da lui commessi.

Richiesta rifiutata.

I dati aggiornati a fine 2017.

200mila le richieste arrivate a Google dall’Italia nel triennio da quando è entrato in vigore il regolamento voluto dall’Europa nel 2014.

I dati relativi ai singoli Paesi non si discostano : i francesi sono i più attivi su questo fronte (20%), seguono i tedeschi (17%), poi la Gran Bretagna (13%), con i greci in coda a tutti.

Complessive richieste per oltre 2,4 milioni.

Un terzo delle richieste di rimozione riguarda i social , e le directory contenenti informazioni personali. Il 21% circa riguarda  notizie e pubblicazioni web governative con storie legali personali.

Curioso come il nostro Paese svettasse nel 2015 per numero di richieste non accolte.

Solo 21.272 link sono stati rimossi, pari al 29,7 per cento del totale.

Record negativo battuto solo da Bulgaria (22,2%), Portogallo (25,7%), Malta (26,7%) e Romania (28,3%).

Dieci siti web infatti rappresentano il 9% delle richieste di rimozione.

Prevedibilmente il più colpito è Facebook, in vetta con con 10.229 link.  Al quinto Badoo (altro social) e al sesto Google+ , tra i meno conosciuti Profileengine.com (un motore di ricerca per social network in grado di conservare i dati degli account rimossi). Quindi le pagine gialle francesi (annuaire.118712.fr) e quelle inglesi (192.com).

La recente querelle dei dati utilizzati da aziende collegate a Facebook, merita particolare attenzione.

Certo : per evitare che qualcuno possa utilizzare i nostri dati personali a fini promozionali o propagandistici, la soluzione più efficace è non metterli in rete.

Ma la vita che in qualche modo conduciamo on line spinta dall’uso dei social, non ci aiuta a percepire il potenziale pericolo di ogni nostra azione. Anche soltanto postando una foto personale.

Ma si pensi anche solo all’invio di curriculum per ricerca di lavoro,  o lo scambio di opinioni e preferenze.

Diventa dunque difficile brandire lo scudo della riservatezza quando quotidianamente c’è chi spiattella on line dati o immagini che dovrebbero permanere nella sfera personale.

Quindi meglio non confondere il diritto all’oblio con quello alla riservatezza. Ribadiamo che il diritto all’oblio sancisce in modo particolare che dati e riferimenti ad una persona, che non hanno ragione di essere diffusi, debbano essere cancellati.

Quindi il diritto merita di essere esercitato laddove le notizie siano state fornite contro la volontà (o senza il consenso) del diretto interessato. Non quelle fornite volontariamente.

Inoltre per esercitare il diritto all’oblio ci si deve riferire a fatti che possano arrecare pregiudizio all’interessato.

 

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