Nomadi digitali: inchiesta sulla professione della nuova era

Ormai è chiaro a molti : internet è una sorta di giungla digitale. L’infinità di contenuti, di opinioni, di commenti e d’immagini lo rendono un “luogo” spesso selvaggio e controverso.

Fino a qualche decennio fa era molto raro pensare di trovare un lavoro su una piattaforma digitale.

Gli individui che lavorano grazie ad internet vengono chiamati nomadi digitali.

Un nomade digitale può essere un blogger, un webwriter, uno youtuber, un influencer. Ma anche un commercialista o un grafico.

Insomma : ogni professionista che, grazie ad una connessione alla Rete, riesce a svolgere il suo lavoro ovunque si trovi.

È necessario fare un piccolo disclaimer: no, essere un nomade digitale non significa stare sotto una palma in spiaggia e lavorare immersi in paradisiaci paesaggi naturali.

Certo, lo si può fare, ma è pur sempre un lavoro che richiede tanta dedizione e soprattutto disciplina. Anche considerando che, nella maggior parte dei casi, si tratta di liberi professionisti. Con annesse questioni di libertà e produttività al tempo stesso.

L’evoluzione del nomade digitale

Anche se molte professioni del web vengono oggi apprezzate e riconosciute, non siamo ancora al punto in cui questi lavori vengono riconosciuti come tali.

Le figure dei blogger, dei webwriter e dei social media manager, sono fortunatamente in crescita.

Eppure spesso si percepisce ancora una certa aria di mistero dai punti di vista dell’opinione pubblica. Diffidenza che probabilmente è data dalla novità epocale delle professioni digitali e dalla mancanza di coscienza che possano portare a capire quanto siano lavori assimilabili a tanti altri.

Tale scetticismo deriva anche dalla poca conoscenza della professionalità necessaria, sottovalutando e quindi svalutando le svariate ore di scrittura di un Webwriter , o le infinite ricerche di mercato di un Social Media Manager.

Un mercato ancora in crescita, nonostante le “malelingue” che circolano sul web.

Le professioni dei cosiddetti nomadi digitali stanno perfettamente a galla e hanno tutte le carte in regola per far fruttare le innovazioni del mercato del lavoro e le richieste delle aziende.

C’è un portale ufficiale che li rappresenta, è nomadidigitali.it , una sorta di sito-manifesto in cui i professionisti indicano i valori che li rappresentano : libertà, avventura e scoperta, diritti e collaborazione, sostenibilità.

Quest’ultimo punto in particolare è un dettaglio che rappresenta la “filosofia new era” parte integrante della mentalità di chi si riconosce nella categoria. Credere nel giusto necessario, senza sprecare e senza consumare compulsivamente senza un reale bisogno. Con una mentalità professionale tesa a risolvere i problemi e raggiungere gli obiettivi.

In questo interessantissimo articolo de La Stampa, si parla diffusamente di esempi concreti di professionisti pagati in dollari o in euro, che prendono commissioni da Europa e Usa. Ma che poi vivono e viaggiano nel mondo, dal Sud Est asicatico in particolare, dove il costo della vita è nettamente più basso. O semplicemente da luoghi diversi, talvolta itineranti.

Ma i nomadi digitali sono solo coloro che scelgono il viaggio all’estero come meta ?

Non necessariamente : spesso si tratta anche semplicemente (e talvolta più comunemente) dei cosiddetti “nomadi digitali metropolitani”.

Questi ultimi hanno il privilegio di lavorare in mobilità senza un ufficio a fissa dimora. Sfruttando in particolare i co-working, luoghi sempre più presenti nelle grandi città e che indicano la tendenza a non avere una fissa dimora perchè la Rete e lo scambio di informazioni e di prestazioni che avviene tramite essa è il vero “luogo” necessario.

Secondo un report di Welance , che conta 500 intervistati di tutto il mondo, sono decisamente più uomini che donne (64% contro 36%) la maggiorparte professionisti del web (designers, programmatori…) ma poi anche commercianti, produttori, ecc…

E il dato che può incuriosire di più è che non si tratta necessariamente di nomadi costanti : talvolta stabilizzati, anche per periodi brevi da 1 a 3 mesi, in un luogo. Ma oltre il 60% ha visitato almeno 3 luoghi all’anno, e fino a 10 Paesi nella metà di questi casi.