Hardware Software : schiavi dell’abitudine?
Hardware Software e abitudini : perché facciamo così fatica a cambiare modello di device?
Ovvero perché la pigrizia ci porta a scegliere modelli simili al nostro e fatichiamo all’idea di approcciare un nuovo sistema operativo? Quanto questo influisce sulle quote di mercato?
L’abitudine è definita come un’attitudine acquisita attraverso la ripetizione di un’esperienza. Mediante l’abitudine, l’attività mentale o motoria diventano rituali e con successivi adattamenti al contesto si automatizzano in comportamenti efficienti, inconsapevoli, privi di intenzionalità e talvolta incontrollabili.
Questo processo automatico di abituazione è alla base di un grandissimo numero di competenze di cui ci serviamo durante la nostra giornata, e allo stesso tempo è un conto in banca in positivo delle aziende produttrici di software.
Un PC su ogni scrivania
Era lo slogan Microsoft degli anni ’90, la mission aziendale che Bill Gates si era proposto e con grandissima pervicacia aveva perseguito a lungo. Peccato per lui e meglio per noi, ogni scrivania ben presto fu dotata di PC, tuttavia non furono dotati esclusivamente dei suoi Sistemi Operativi.
In quegli anni, per il neofita, complice una ben calibrata disinformazione tecnologica a cura dell’azienda di Redmond, il SO Window è stato sinonimo di PC in senso lato, esattamente come per gli stessi neofiti e utenti distratti, oggi il web viene confuso con grande facilità con la pagina iniziale di Google.
È davvero difficile uscire da queste spirali di sincronizzazione che, ad esempio, Google si ostina a proporci sotto forme di notifiche da Desktop e condivisioni attraverso la sua costellazione di mille servizi.
Ma questi sono soltanto gli esempi più eclatanti. Anche Apple, ad esempio, tende alla stessa maniera a creare il proprio privè, minimale, basato su un’inconfondibile estetica di device interfacciati in maniera esclusiva, e fondamentalmente a creare una forte abitudine nei propri utenti.
Questa è l’abitudine.
Le aziende conoscono benissimo i meccanismi cerebrali che ci portano a scegliere un dispositivo o un software e a mantenerci fedeli a essi.
E noi, invece di orientarci verso altri, ci facciamo lusingare nella nostra pigrizia ad affrontare la novità.
I produttori di software ci confortano nelle nostre convinzioni che il nuovo può essere dannoso e fonte di inutili perdite di tempo e denaro.
Ci dicono che Linux è complicatissimo e allo stesso tempo esaltano le interfacce amichevoli e accattivanti di loro progettazione, ci forniscono pulsantiere infinite con cui sottomettere l’intera tecnologia domestica.
Affrontare il nuovo è sempre un salto qualitativo che può spaventare.
Mettere in crisi le convinzioni preesistenti, rimettere in gioco risorse attentive ormai da tempo gestite dagli automatismi dell’abitudine e creare nuove e indefinite aspettative.
Il nuovo fa paura, ma senza crisi non c’è crescita.
Qualunque percorso, anche personale, è costellato da piccole cicatrici che vanno a costituire il nostro retroterra culturale.







