Diritto all’oblio: opportunità e limiti

Ne è passata di acqua sotto i punti da quando una sentenza della Corte di Giustizia europea, nel 2014, attribuiva a cittadini e persone giuridiche il diritto all’oblio.

La possibilità di ottenere la cancellazione dai motori di ricerca di riferimenti e informazioni che non abbiano più rilevanza pubblica divenne poi legge.

Nel 2015 Google ha ricevuto circa 350.000 richieste da parte di europei.

Riguardavano 1,2 milioni di link, ma ne sono stati rimossi in tutto 440 mila. Con differenze sostanziali fra i vari stati dell’UE.

Fino ad arrivare al marzo 2017, data in cui sono state inviate 704.192 richieste relative a 1.959.011 URL da tutto il territorio dell’Unione Europea (fonte diritto.it  su cui potrete trovare anche un ampia analisi tecnica  sull’argomento)

Google ha pubblicato alcuni risultati sulle richieste. 

In vetta ai richiedenti spiccavano i francesi mentre, prevedibilmente, il il sito maggiormente nel mirino è stato quello di Facebook.

I casi sono dei più diversi: un prete francese accusato di possesso di materiale pedo-pornografico aveva chiesto di rimuovere articoli in cui si parlava della sua condanna e dell’allontanamento dal mondo ecclesiastico. In questo caso Google non ha rimosso le pagine dai risultati di ricerca.

Oppure l’esempio di un insegnante tedesco accusato di un reato minore più di dieci anni fa che ha chiesto di rimuovere un articolo relativo alla condanna. In questo caso sono state rimosse le pagine dai risultati di ricerca relativi al suo nome e alla vicenda.

Un professionista inglese dei media che ha chiesto di rimuovere quattro link ad articoli relativi a contenuti imbarazzanti pubblicati da lui su Internet. Richiesta rifiutata al mittente.

Anche gli spagnoli hanno avuto il loro buon numero di segnalazioni, arrivando al quarto posto.

Dall’Italia utenti che richiedono la cancellazione dell’arresto per reati finanziari commessi in ambito professionale. Richiesta rifiutata.

O la rimozione di un link a una copia di un documento ufficiale, pubblicato da un ente statale, nel quale sono segnalati atti di frode da lui commessi. Richiesta rifiutata.

I dati per l’Italia aggiornati a fine 2017.

200mila le richieste arrivate a Google dall’Italia nel triennio da quando è entrato in vigore il regolamento voluto dall’Europa nel 2014.

I dati relativi ai singoli Paesi non si discostano : i francesi sono i più attivi su questo fronte (20%), seguono i tedeschi (17%), poi la Gran Bretagna (13%), con i greci in coda a tutti.

Complessive richieste per oltre 2,4 milioni.

Un terzo delle richieste di rimozione riguarda i social , e le directory contenenti informazioni personali. Il 21% circa riguarda  notizie e pubblicazioni web governative con storie legali personali.

Curioso come il nostro Paese svettasse nel 2015 per numero di richieste non accolte.

Solo 21.272 link sono stati rimossi, pari al 29,7 per cento del totale.

Record negativo battuto solo da Bulgaria (22,2%), Portogallo (25,7%), Malta (26,7%) e Romania (28,3%).

Dieci Siti rappresentano il 9% delle richieste di rimozione.

Certo : per evitare che qualcuno possa utilizzare i nostri dati personali a fini promozionali o propagandistici, la soluzione più efficace è non metterli in rete. Ma la vita che in qualche modo conduciamo on line, spinta dall’uso dei social, non ci aiuta a percepire il potenziale pericolo di ogni nostra azione. Che inizia anche soltanto partendo dal postare una foto personale.

Ma si pensi anche solo all’invio di curriculum per ricerca di lavoro,  o lo scambio di opinioni e preferenze.

Difficile brandire lo scudo della riservatezza.

Soprattutto quando quotidianamente c’è chi spiattella on line dati o immagini che dovrebbero permanere nella sfera personale.

Meglio non confondere il diritto all’oblio con il diritto alla riservatezza. Ribadiamo che il diritto all’oblio sancisce in modo particolare che dati e riferimenti ad una persona, che non hanno ragione di essere diffusi, debbano essere cancellati.

Quindi il diritto merita di essere esercitato laddove le notizie siano state fornite contro la volontà (o senza il consenso) del diretto interessato. Non quelle fornite volontariamente.

Inoltre per esercitare il diritto all’oblio ci si deve riferire a fatti che possano arrecare pregiudizio all’interessato.

Non abbiamo dati aggiornati al 2021 sullo stato delle richieste, ma è logico pensare che, da quando i regolamenti UE l’hanno reso possibile, le richieste non abbiano fatto che aumentare di anno in anno.