ReporTecno : I giganti cinesi del web

La Cina è una delle maggiori potenze produttive al mondo, basti pensare quanto sia facile (se non addirittura consueto) leggere la scritta “made in China” su oggetti di uso quotidiano.

La fabbricazione di componenti per molti tipi di oggetti non è però l’unico campo di cui questo Paese può vantare competenze e leadership.

Anche sul web l’influenza della Cina è più forte di quanto si pensi.

In fin dei conti i numeri parlano chiaro. Gli Stati Uniti per ora rimangono al top, ma il 14% del fatturato delle multinazionali più grandi del web arriva dai cinesi.

Certamente colpisce la realtà nazionale cinese. A metà strada fra le metropoli frenetiche e impazienti di agguantare la modernità e gli abitanti delle campagne nei vasti territori delle diverse province. In una  rincorsa che approda all’emulazione dei migliori esempi del web nel mondo, talvolta scavalcandoli  grazie alla potenzialità offerta dal miliardo di consumatori interni.

Per ogni grande potenza del web occidentale, la Cina risponde con società equivalenti di grande successo. Ecco qualche esempio per dare un’idea più chiara.

Alibaba.com : la controparte cinese di Amazon e Ebay.

Alibaba è un e-commerce fruibile anche in lingua italiana. Mette a disposizione dell’acquirente una scelta di merci molto varia.

A differenza dei siti da noi più conosciuti, Alibaba consente di mettersi in contatto con molti produttori che vendono all’ingrosso.

Quindi partner che consegnano merce soltanto per ordini superiori ad una quantità minima del prodotto indicata nell’annuncio, con prezzi più economici rispetto alla vendita al dettaglio.

Gli ultimi dati disponibili fotografano un utile netto in crescita esponenziale, ad un soffio dei 40 miliardi di dollari, corrispondenti ad un mirabolante +58% sul 2017.

Tutto iniziò nel “lontano” 1998, quando Jack Ma insieme ad altri 18 fondatori,  pubblicarono la loro prima piattaforma “Alibaba Online”. Nei 2 anni successivi Alibaba Group raccolse 25 milioni di dollari da investitori del calbro di Goldman Sachs e Fidelity Investments. Investimenti ripagati da redditività che l’azienda raggiunse già a dicembre del 2001.

Successivamente lo sviluppo vide nascere piattaforme di vendita come Taobao, e piattaforme di pagamento come Alipay, nel 2004. Quest’ultimo è un servizio di pagamento online , al pari di Paypal.

E sono solo due eclatanti esempi nella miriade di satelliti di Alibaba Group che, fra l’altro, nel 2005 prese il controllo di Yahoo! China. Per poi lanciarsi alla Borsa di Honk Kong nel 2007.

Non solo e-commerce, quindi. Dal Cloud computing, che spicca con i suoi 4,39 mld di Yuan (pari a oltre 621 milioni di dollari) e la divisione intrattenimanto (fatturante oltre 721 milioni di dollari) per non parlare  di Ant Capital, la società a capo di Alipay che è un po’ la paypal cinese. Per quest’ultima non solo pagamenti on line, ma anche assicurazioni, operazioni finanziarie come prestiti, e investimenti.

Non solo business comunque: è infatti il 2010 l’anno che ha visto la partenza di un piano per destinare lo 0,3% del fatturato alla cura dell’ambiente : ben 12,3 milioni di dollari di filantropia (in base al fatturato del 2012).

Baidu.com: la risposta orientale a Google.

Il motore di ricerca in lingua cinese, il più diffuso e consultato in patria, ha guadagnato il 3° posto nel 2016 tra i motori di ricerca più utilizzati al mondo. Con una percentuale del 7,54% di share, subito dopo Bing di Microsoft che vantava l’8,28%.

Baidu contiene un’enciclopedia in stile Wikipedia, il che può solo aumentarne l’apprezzamento da parte del pubblico.

Con Baidu si possono cercare anche file audio e immagini, ormai miliardi di pagine web e milioni di immagini e file multimediali.

A dicembre 2007 Baidu è stata la prima compagnia cinese ad essere inclusa nell’indice NASDAQ-100, mentre il fatturato 2018 si è attestato a quasi 14,5 mld di dollari.

Fondato da Robin Li ed Erix Xu  ha mosso i primi passi come motore di ricerca di musica, gli “MP3 Search” e una classifica basata sul numero di download.

I punti “contro” sono da assegnare ai rapporti con il governo : la versione in lingua cinese infatti filtra risultati  controversi. Questa pacifica convivenza, priva di piena libertà, porta però il beneficio di una licenza che assegna a Baidu la facoltà di essere un vero e proprio sito completo di notizie.

Al pari di Google, Baidu utilizza un identico modello per i ricavi pubblicitari, con la formula PPC (“Pay per Click”). Ma le similitudini (o se preferite la rincorsa ai modelli originali) non si fermano qui. Dal 2011 è partita la distribuzione di un sistema operativo per mobile devices, basato su Android.

Tencent : ibrido cinese fra web, gaming, social.

cinesi del web

Tencent è una holding che si contraddistingue per avere partecipazioni in diversi settori del digitale.

Proprietaria di uno dei portali cinesi del web più visitati in patria, il QQ.com, e del relativo applicativo di messaggistica istantanea, il Tencent QQ.

A giugno 2016 acquisisce per 8.6 miliardi di dollari la società videoludica finlandese, con sede a Helsinki, Supercell. Produttrice di videogames on line per mobile di grande successo. Fra i titoli più conosciuti vi sono Clash of Clans e Clash Royale,

Certamente il suo brand più conosciuto è WeChat, la Whatsapp di oriente, con circa 1 miliardo di utenti attivi è l’app di messaggistica più utilizzata in Cina.

Ma non solo chat: WeChat ha anche funzioni “social” quali: “agita”, “cerca nei dintorni” e “bottiglia alla deriva”. L’applicazione permette di migliorare le foto con alcuni filtri e inserirle in un “diario fotografico” digiale, potendolo poi condividere con altri utenti.

L’elemento che rappresenta l’attuale espansione è WeChat pay, un servizio di “portafoglio elettronico” che permette agli utenti di completare transazioni online e trasferire denaro. Questo è possibile previo un collegamento al proprio conto bancario. Va specificato che la limitazione sta nell’impossibiltà di collegare il conto Wechat ad una carta di credito di una banca al di fuori della Cina.

E proprio qui sta uno dei maggiori freni alla crescita di Tencent: la situaziona politica cinese, come evidenzia in un interessante articolo del 2018 la Agi, oltre alle tensioni geopolitiche internazionali, spingono le autorità governative cinesi a non rilasciare le autorizzazioni necessarie per pubblicare anche solo alcune estensioni delle proprie applicazioni, e questo è un chiaro limite anche agli occhi degli utenti e della finanza internazionale.

Va dato atto che Tencent non si ferma e (notizie degli ultimi giorni) si prepara a inserirsi nell’azionariato  della major americana Universal Music Group.

Quest’ultima infatti, di proprietà della francese Vivendi, sembra destinata ad essere partecipata da Tencent che ne acquisirebbe un 10%, valutato 3 miliardi di euro. Senza dimenticare che la trattativa avviata dai francesi pevederebbe un ulteriore opzione per crescere nell’azionariato di un altro 10% in un anno.

Secondo Vivendi non si tratta certo di una resa alla grande Cina, bensì di un’occasione che “potrebbe aiutare Universal Music Group a cogliere le opportunità di crescita offerte dalla digitalizzazione e dall’apertura di nuovi mercati“.

JD.com: l’altra “Amazon Cinese”.

E se non basta Alibaba, è possibile trovare anche JD, spesso definita come l’Amazon Cinese. Anche se non è spesso visibile dalle nostre parti, sta attualmente contrapponendo una sana concorrenza ad Amazon in “territori” meno sviluppati.

Il mercato sul quale si basa è fatto proprio per l’idea della Cina, particolarmente invasa di prodotti scarsi o riprodotti a somiglianza, consuetudine che ormai confonde la stessa nazione orientale.

Quel che cerca di fare JD è offrire prodotti che hanno un brand riconosciuto e di qualità, pur riuscendo a contenerne il prezzo.

Una difficile sfida che per il momento ottiene risultati positivi.

Didi: l’Uber fatta dai cinesi.

Naturalmente tutti conoscono Uber: si tratta d’un servizio grazie al quale si prenota un trasporto individuale, servizio che si origina da una qualsiasi persona munita d’auto e disposta a darci un passaggio, a fronte di una cifra contenuta.

Spesso definita un’ottima alternativa ai Taxi, ma non sempre perfetta.

Per la Cina, si parla invece di Didi. L’app riporta proprio il nome della Didi Chuxing, che si occupa già da tempo del settore dei trasporti cinesi.

Il servizio può vantare oltre 10 milioni di passaggi completati ogni giorno (nel mentre Uber ne conta solo 2 milioni). Il loro punto di forza è la coesistenza che hanno già con i tassisti esistenti, organizzando anche servizi di Carpooling e Ride Share (come Uber, ma ci si organizza un po’ come un autostop digitale). Questa grande quantità di servizi aggiuntivi ha reso Didi un gigante in poco tempo, con un valore complessivo di 16 miliardi.

GeekBuying: il maestro delle Warehouse.

Solitamente i siti di compravendita dalla Cina hanno un piccolo problema: quello della dogana e dei tempi di spedizione. Se scegliamo una spedizione rapida, costa tantissimo…ma la dogana non risparmia proprio nessuno.

Per questo GeekBuying ha avuto un’idea piuttosto originale: posizionare diversi Warehouse (ovvero magazzini) in giro per l’Europa. Chiaramente, se si compra all’interno dell’unione europea, non si paga la dogana.

Le spedizioni possono essere rapide, specialmente se si sceglie un magazzino italiano.

L’idea è perciò molto azzeccata. In genere i prodotti per il mercato europeo non sono molti, ma si può decidere di estendere la ricerca verso il mercato americano o – in via definitiva – su quello cinese, dove Geekbuying stipa e conserva in grandissima parte i prodotti.

Man mano il servizio sta diventando sempre più grande ogni giorno, presentando anche ottimi voti.

Continueremo ad aggiornare questa “esplorazione” nel web cinese.

Ad oggi i giganti cinesi del web non sono ancora al livello dei big americani ma l’aumento dei fatturati, rapido e tumultuoso, darà probabilmente filo da torcere ai giganti del web occidentale tra una manciata di anni.

O forse prima.

 

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