Page, Brin, Bezos, Zuckerberg: regnanti della new economy

Sono 4 i più prestigiosi e ricchi beneficiari (artefici) della new economy.

Si dicono democratici, apertamente a favore della libertà, dei diritti umani, dalla parte delle minoranze.
Eppure qualcosa non torna.

L’Unione europea è impegnata ormai da anni sulla discussione di leggi e regolamenti che metta fine a pratiche di elusione fiscale che arricchisce pochi e impoverisce tutti.

Stime di Bruxelles attribuiscono a Google e Facebook , da sole, una sottrazione di almeno 5,4 miliardi di tasse ai Paesi UE.

I giganti tecnologici quasi si dilettano nel distrarre i fatturati (e gli utili) dai Paesi in cui questi vengono generati, facendoli figurare in altri luoghi (vedi Irlanda o Malta) in cui la falce del fisco sarà decisamente più compiacente ed economica.

Pre o post Brexit, anche Londra rappresenta ormai una meta ambita per tutte quelle aziende che cercano paradisi fiscali dove distrarre capitali dal fisco meno generoso del resto del mondo.

Web company: non solo questione di fisco.

I problemi non finiscono qui : I big tecnologici soffrono di qualche prurito dubbiamente democratico, anche se si spacciano per progressisti.

Nate e cresciute sotto le bandiere di un mondo libero, in pace e più consapevole e istruito, più connesso e interconnesso, stanno mostrando nei fatti anche molto di altro.

Sotto il faro di luce degli inquisitori vi sono le condizioni di lavoro dei dipendenti, o dei dipendenti di aziende a cui subappaltano lavori più umili (dalle pulizie al facchinaggio) e meno specializzati (operai e impiegati).

Un trattamento che evidenzia quanto l’avarizia dei “governanti” di quelle aziende porti ad una non ridistribuzione del reddito. A vantaggio di pochi al vertice, che divengono ricchissimi.

Accentuando divisioni e spread sociali da capitalismo spinto, fino ad una concentrazione di ricchezza che poco ha a che fare con il progresso.

La democrazia nei mantra smentiti dei big della Silicon Valley.

Mark Zuckerberg  per primo ha sostenuto l’idea di una connessione alla rete globale, libera e gratuita, che favorisca la conoscenza universale.

E insieme alla “conoscenza” liberamente diffusa si immagina accompagnarsi anche la mitigazione degli estremismi.

E, di conseguenza, una maggior assicurazione di pace fra i popoli.

Non dimentichiamo quanto le fonti di fake news veicolate dai giganti di internet abbiano contribuito più di altri fattori a influenzare politicamente diversi equilibri democratici (ma non solo) nel mondo.

Ma quale pace può esserci di fronte all’annientamento di posti di lavoro a cui porta l’automazione dei processi? E all’arcuirsi di forti differenze socio-economiche ?

C’è anche chi negli States inizia a teorizzare una relazione fra il potere dei big della Silicon Valley e la massoneria.

Analizziamo i monopoli delle Big Tech.

Forse è utile ricordare, in modo molto pratico, perchè si parli di poca pluralità nell’economia della Rete. E questo aspetto di recente ha portato ad una audizione presso i legislatori USA delle Big Tech.

Iniziamo da Google ?

E’ sotto gli occhi di tutti, quotidianamente : rappresenta un quasi monopolio fra  i motori di ricerca, con il risultato che finisca con il diventare l’accesso privilegiato (e controllato) per tutti noi.

E questo comporta un’incredibile ed inedito (per la storia dell’uomo) potere che rende possibile influenzare e manipolare l’informazione e, di conseguenza, i destini di aziende e persone.

Vogliamo parlare di Facebook ?

Il social network più famoso, con miliardi di utenti all’attivo, che ha fagocitato altre realtà di successo come Instagram e Whatsapp. E’ oggettivamente imperante nel suo ambito.

Pur se qualche concorrente in più rispetto a Google ce l’ha : da quel Twitter in crisi da qualche tempo , a realtà come Linkedin che punta su professionisti e mondo del lavoro, fino al più recente Tik Tok, osteggiato dall’amministrazione Trump.

Possiamo continuare con Amazon.

Come già affrontato in un recente post è una realtà dell’e-commerce nata sotto i migliori auspici nel voler diffondere cultura (libri) in ogni dove. Seppur facendo la guerra alle librerie tradizionali che per prime ne hanno sofferto.

Poi, con un successo tale da espandersi in molte categorie merceologiche, dall’elettronica al food, è divenuto il primo portale di acquisti in Rete.

Concorrenti ne ha una miriade (e per fortuna!)  ma è altrettanto innegabile che le sue dimensioni ne facciano un supermarket mondiale che determina/influenza successi di un prodotto e di un’azienda.

Nel suo modello di business è un’influenza che diviene tanto preponderante da dettare spesso le regole anche nel trattamento (di poco favore) dei salari e delle condizioni di lavoro dei propri addetti. Siano essi diretti o (spesso) appaltatori indiretti.

Possiamo concludere degnamente con l’esempio di Apple.

Un’aziende che di innegabile successo che ha vissuto fasi alternate negli anni. Successo poi dettato da prodotti azzeccati come l’iphone e dalla visione illuminata di Steve Jobs.

Qui la concorrenza in ambito hardware e software, dobbiamo ammetterlo, è più accesa rispetto alle altre realtà precedentemente menzionate. Eppure qui il problema è una questione etica.

Anche Apple infatti aggira il fisco con i giri di contabilità “esterovestita”, e produce i propri iphone e ipad in Cina, con buona pace dei lavoratori americani ed europei che acquistano i suoi prodotti a peso d’oro.

Innovazione ma…

Tutte le realtà citate, non a caso tutte americane, hanno indubbiamente innovato molto e cambiato il nostro approccio alla quotidianità.

Ma è sotto gli occhi di tutti quanto abbiano generato un centro di potere che può rivelarsi pericoloso, e che si difende con solchi profondi e ponti elevatoi per escludere l’assalto alla fortezza.

La difesa è attuata con una moltitudine di brevetti grazie ai quali detengono copyright che disinnescano il potenziale di altre realtà, startup incluse, le quali faticano a farsi largo.

Ed è qui che entrano in gioco professionalità parallele.

Dagli studi di avvocati, alla finanza a caccia di investimenti, i lobbisti nelle stanze del potere europee e americane difendono ad alti livelli gli interessi dei big.

E ammettiamolo : questo aspetto, di “new economy”, ha ben poco.


 

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