Imprese italiane presenti sul web: come sta cambiando

Lo shopping online in Italia continua a far registrare performance di crescita. Nonostante il trend le imprese dello Stivale sembra non sappiano tutte  cogliere a pieno le potenzialità di questo strumento.

Sicuramente con l’avvento della pandemia, da fine febbraio, in molti hanno scoperto la comodità oltre che il valore della spesa consegnata a casa. Ne abbiamo parlato anche in riferimento a Supermercato24 e agli stupefacenti incrementi di business  di tutta la GDO organizzata e (poco) pronta alla consegna a domicilio.

Perfino Esselunga fatica non poco (e ancora con poca efficacia) di fronte alla richiesta improvvisa e massiccia delle consegne a domicilio.

Uno studio di BEM Research in passato aveva già messo in risalto alcuni dei punti più critici di questa situazione, che tiene ancor oggi il Paese distante dalle prestazioni registrate nel resto d’Europa. 

Mercato e-commerce a due facce.

I numeri italiani rimangono, in realtà, positivi. Denotano un trend di crescita e il citato report sottolinea come il giro di affari del mercato italiano sia per l’appunto aumentato progressivamente, come nel resto del mondo.

Merito (anche) di Amazon e dell’efficientamento delle delivery (le consegne a domicilio) che ha reso participi molti di quanto sia comodo ordinare on line e ricevere a casa.

E si è passati da anni in cui la crescita esponenziale delle vendite sul web era dominata da abbigliamento ed elettronica, ad (ora) un improvvisa e impetuosa crescita dell’alimentare.

In Italia, si sa, il cibo è tradizione (oltre che piacere) comprarlo di persona.  L’emergenza sanitaria ci ha costretto a cambiare abitudini. Il tempo ci dirà se in modo parziale oppure definitivo.

Il mercato era passato dai 21 miliardi di euro con cui aveva archiviato il 2015, ai 26 miliardi nel 2016, vale a dire il 23,4 per cento in più. A livello assoluto, però, il valore del mercato europeo a 28 Paesi è di 625 miliardi di euro, e quindi l’incidenza italiana arriva “appena” al 4,2 per cento.

  • Germania
  • Francia
  • Spagna

detengono quote di mercato ben più ampie di quella tricolore , pari rispettivamente a :

  • 16,4 per cento
  • 10,1 per cento
  • 6,4 per cento

Ai settori che nel 2018 evidenziavano il più alto tasso di vendite (qui un report completo)  con il tempo si sono affiancate nicchie molto interessanti: dal mercato dei prodotti BIO, fino ad agriturismi e complementi di arredo.

Nel 2020 la (forzata) rivoluzione dell’e-commerce.

Costretti alla quarantena, sono davvero tanti gli italiani che hanno preso d’assalto la spesa on line (con un mirabolante +162% a cavallo della terza settimana di lockdown, dati Nielsen) e secondo l’osservatorio di Nomisma molti hanno preferito il negozio di quartiere alle lunghe code ai supermercati.

Per non parlare degli ingredienti per panificare, dalle farine ai lieviti, manco fossimo diventato un popolo di panettieri e pasticceri all’improvviso. Nielsen segnala un +217% dell’acquisto di farine (fatturato triplo rispetto al 2019) e +226,4% del lievito di birra.

La situazione ha fatto esplodere (era ora!) gli affari anche per le cosiddette “filiere corte“, ovvero contadini e cascine che vendono direttamente al pubblico. Ma non tutti sanno approfittare del momento per organizzarsi in modo moderno (in rete) e con le consegne a domicilio.

Interessante rilevare che il 12% degli italiani ha utilizzato per la prima volta nella vita (… !) il canale della spesa online, e il 14% invece lo utilizzava già da prima.

Secondo quanto afferma Valentina Pontiggia, Direttore Osservatorio eCommerce B2c del Politecnico di Milano : “Il Food & grocery partiva da una situazione di basso sviluppo in Italia, una penetrazione dell’1,1% a fine 2019. In pratica di ogni 100 euro spesi nel settore alimentare solo 1 passava attraverso l’online. In poche settimane la domanda è schizzata, moltiplicandosi per un fattore di 10 o 20”.

Di contro, mentre l’elettronica di consumo continua il trend positivo (probabilmente trainata dalle esigenze di smart working e di scuola a distanza) altri come l’abbigliamento e la cosmesi registrano rallentamenti non essendo prodotti di immediata necessità.

La presenza sul Web.

Secondo molte analisi siamo di fronte a un bel paradosso. Tutti sono ormai consapevoli che essere presenti in modo efficace sul Web è un elemento fondamentale per le imprese.

Il Web riesce a offrire opportunità fino a pochi anni fa impensabili per vendere online e ampliare il mercato di riferimento.

Nonostante questi concetti fossero pressoché riconosciuti, le imprese italiane stentavano ancora a compiere un passo decisivo per rendere davvero strategico e competitivo il mercato dell’eCommerce.

Stentavano, si. Il verbo al passato recente è obbligato perchè ora, per il presente e per il futuro, lo sviluppo in quella direzione è inevitabile e non più rinviabile.

La Bem Research (“Luci e ombre del commercio online in Italia”) rivela infatti che in tutto il 2016 appena otto aziende italiane su 100 con almeno 10 dipendenti hanno ricevuto un ordine attraverso una piattaforma Web.

Un incremento di un solo punto percentuale rispetto al 2015. A livello europeo, la media raggiungeva il 18 per cento. Alcuni Paesi  particolarmente virtuosi come Danimarca, Svezia e Repubblica Ceca sfioravano quasi il 30 per cento. 

Ora : non dimentichiamo che la particolarità d’Italia sta in un tessuto economico composto da piccole e medie imprese per oltre il 90 per cento. E la mancanza di visione e organizzazione manageriale sconta il ritardo ormai evidente a tutti.

È interessante osservare cosa rimarrà, nel prossimo futuro, e a crisi superata (o quasi) fra le abitudini dei consumatori. Si pensi che nel comparto food l’ecommerce incideva (pre-pandemia) pari al 5% sul totale del relativo giro d’affari.

Quei piccoli errori…

Oltre ai fattori macro-economici e di sistema – come l’assenza di strategie con un po’ di visione al futuro – molte imprese si abbandonano, pronte ad esser “fagocitate” dai colossi del Web. E qui sorgono le tante responsabilità dei singoli.

Gli imprenditori, senza molte distinzioni di dimensioni aziendali, difficilmente approcciano all’eCommerce in modo convinto e maturo.

Ad esempio nel 2017 esisteva ancora un terzo di aziende italiane che non possedeva un sito Web, mentre la media europea è vicina al 20 per cento, e ancora di più sono quelle che non si affidano ai servizi di personale specializzato.

Da dove ripartire.

Molti imprenditori ragionano ancor oggi in termini “offline”, convinti di poter fare business sfruttando solo i canali tradizionali del commercio e limitandosi a improvvisare quando sbarcano in Rete.

Le opportunità per intervenire ci sono, e anche gli strumenti per ottimizzare la propria attività in vista dello “sbarco” online  sono in continua evoluzione.

Nel panorama italiano, l’ultima rilevazione in questo senso evidenziava come 7 aziende su 10 hanno un sito web, ma l’e-commerce a supporto delle vendite viene messo in opera solo dal 10% di esse.

Ancora troppo poche per sperare in un vero cambiamento.

Fino ad oggi : la pandemia ha costretto in molti, sia imprenditori che consumatori, ad aprire gli occhi. E difficilmente si tornerà indietro.

 

Condividi il contenuto su...Share on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter
Pin on Pinterest
Pinterest
Share on LinkedIn
Linkedin
Email this to someone
email
Print this page
Print